Mal di schiena cronico: perchè dolore, cervello e corpo sono collegati

Mal di schiena cronico: perchè dolore, cervello e corpo sono collegati

Di |2026-08-26T22:18:16+01:00Ottobre 1, 2023|0 Commenti

Quando abbiamo mal di schiena, la prima cosa che facciamo è cercare qualcosa che non va nella schiena.

Un disco.

Una vertebra.

Un muscolo contratto.

Una postura sbagliata.

Un punto infiammato.

È un ragionamento assolutamente naturale.

Se sento dolore in un punto, immagino che in quel punto ci sia qualcosa di danneggiato.

È un po’ come quando sul cruscotto della macchina si accende una spia rossa: la nostra prima reazione è pensare che da qualche parte ci sia un guasto.

Spesso è proprio così.

Ma quando parliamo di dolore cronico, soprattutto di alcune forme di mal di schiena che durano da mesi o anni, la relazione tra ciò che sentiamo e ciò che sta accadendo nei tessuti può diventare molto più complessa.

La spia è reale.

Il dolore è reale.

Ma la quantità di dolore che sentiamo non è sempre una fotografia precisa della quantità di danno presente nella schiena.

Ed è questo il punto interessante.

Il dolore non è immaginario

Prima di andare avanti voglio chiarire una cosa.

Quando diciamo che il cervello partecipa alla costruzione dell’esperienza dolorosa non stiamo dicendo:

“È tutto nella tua testa.”

E nemmeno:

“Se smetti di pensarci, il dolore passa.”

Il dolore è un’esperienza reale.

Sempre.

Il cervello non inventa il dolore come potremmo inventare una storia.

Lo produce sulla base delle informazioni che riceve e di come interpreta la situazione.

Possiamo immaginarlo come un sofisticatissimo sistema di allarme.

Il suo compito principale non è descrivere perfettamente lo stato dei tessuti.

È proteggerci.

E come tutti i sistemi di allarme può essere più o meno sensibile.

Un allarme può suonare anche quando il ladro non c’è più

Pensiamo all’antifurto di una casa.

Normalmente funziona benissimo.

Qualcuno forza una finestra.

L’allarme suona.

Il problema viene risolto.

L’allarme si spegne.

Ma immaginiamo che dopo un tentativo di furto il sistema diventi estremamente sensibile.

Comincia a suonare quando passa un gatto.

Quando soffia forte il vento.

Quando vibra una porta.

Il suono dell’allarme è reale.

Ma questo non significa che ogni volta ci sia un ladro dentro casa.

Con alcune forme di dolore cronico può accadere qualcosa che, semplificando molto, ricorda questo meccanismo.

Dopo mesi o anni di dolore il sistema può diventare sempre più attento ai segnali di possibile pericolo.

Movimenti che inizialmente erano normali possono cominciare a essere interpretati come minacciosi.

La persona sente dolore.

Per paura evita quel movimento.

Muovendosi meno perde progressivamente fiducia nelle proprie capacità.

E un movimento sempre meno familiare può diventare ancora più preoccupante.

Si crea così un circolo:

dolore → paura → evitamento → meno movimento → ancora più paura del movimento.

Questo non significa che tutto il mal di schiena funzioni così.

Significa che in alcune forme di dolore cronico questo meccanismo può avere un ruolo importante.

Il mal di schiena cronico non è tutto uguale

Questa distinzione è fondamentale.

Lo studio di cui parlerò non riguarda qualsiasi persona con mal di schiena.

I ricercatori hanno studiato persone con dolore cronico primario, cioè dolore persistente nel quale non era stata identificata una causa periferica in grado di spiegare da sola i sintomi. Nel trial furono esclususe, tra le altre, alcune condizioni nelle quali era più probabile una causa specifica del dolore. (JAMA Network⁠)

Quindi non possiamo prendere questa ricerca e dire:

“Ogni mal di schiena viene dal cervello.”

Sarebbe sbagliato.

Esistono traumi, patologie, compressioni nervose e altre condizioni nelle quali è fondamentale individuare e trattare una causa specifica.

Quando invece il dolore persiste per molto tempo e non esiste una relazione semplice tra danno tissutale e sintomi, dobbiamo allargare lo sguardo.

È proprio questa la direzione indicata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il chronic primary low back pain: un approccio integrato e centrato sulla persona che consideri insieme fattori fisici, psicologici e sociali. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)

Non solo la schiena.

Non solo la mente.

La persona intera.

Lo studio sulla Pain Reprocessing Therapy

Una ricerca molto interessante pubblicata su JAMA Psychiatry ha studiato 151 adulti con mal di schiena cronico.

I partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi:

Pain Reprocessing Therapy, o PRT;

trattamento placebo;

cure abituali.

La PRT è un intervento psicologico progettato per aiutare alcune persone con dolore cronico primario a reinterpretare i segnali dolorosi come meno pericolosi e meno direttamente collegati a un danno tissutale in corso.

Non consiste semplicemente nel dire:

“Il dolore non esiste.”

Al contrario.

Parte dal riconoscimento del dolore e cerca di modificare il significato di pericolo che il cervello attribuisce a determinate sensazioni.

Dopo quattro settimane, 33 persone su 50 del gruppo PRT, cioè il 66%, riferivano dolore assente o quasi assente, contro 10 persone su 51 nel gruppo placebo e 5 su 50 nel gruppo che aveva continuato con le cure abituali. I benefici risultavano in gran parte mantenuti anche a un anno. (JAMA Network⁠)

È un risultato molto interessante.

Ma dobbiamo leggerlo bene.

Non dimostra che questa terapia funzioni per qualsiasi tipo di mal di schiena.

Il campione era costituito da persone selezionate con dolore cronico primario e con livelli di dolore mediamente non estremi. Gli stessi autori sottolineano i limiti di generalizzazione dei risultati. (JAMA Network⁠)

Cambiare il modo di interpretare il dolore può cambiarne l’esperienza?

I ricercatori si sono poi fatti una domanda ancora più interessante.

Perché alcune persone stavano meglio?

Nel 2023 è stata pubblicata una seconda analisi dello stesso studio.

Ai partecipanti era stato chiesto quali pensassero fossero le cause del proprio dolore.

Prima del trattamento molti indicavano soprattutto elementi strutturali:

  • vertebre,
  • dischi,
  • vecchie lesioni,
  • postura,
  • debolezza,
  • età.

Dopo la PRT, un numero maggiore di persone attribuiva parte del dolore anche a processi legati al cervello, allo stress e al modo in cui il sistema nervoso elaborava i segnali.

E il cambiamento verso questa interpretazione era associato a una maggiore riduzione del dolore. (JAMA Network⁠)

Lo stress può modificare anche il modo in cui respiriamo. Per questo ho dedicato un approfondimento specifico al rapporto tra respirazione e mal di schiena).

Questa è probabilmente la parte dello studio che mi interessa di più.

Perché mette in discussione un’idea molto radicata:

“Se sento male, significa necessariamente che sto danneggiando qualcosa.”

A volte è vero.

Ma non sempre.

Dolore non significa automaticamente danno

Se mettiamo una mano su una piastra rovente, il dolore è utilissimo.

Ci fa togliere immediatamente la mano.

È una protezione.

Ma il rapporto tra dolore e danno non è sempre matematico.

Possiamo avere un danno importante e inizialmente sentire relativamente poco.

Oppure possiamo avere un dolore intenso senza trovare un danno proporzionato.

Questo succede perché il dolore non viene semplicemente “spedito” dalla schiena al cervello come una fotografia.

Le informazioni provenienti dai tessuti vengono elaborate.

Il sistema nervoso considera molti elementi.

Esperienze precedenti.

Paura.

Contesto.

Aspettative.

La sensazione di sicurezza o pericolo.

Il dolore finale è quindi il risultato di un processo complesso.

E questo non lo rende meno reale.

Anzi.

Lo rende più interessante.

La risonanza magnetica non racconta da sola come ti senti

Molte persone arrivano da me con una risonanza magnetica in mano.

E spesso hanno imparato quasi a memoria alcune parole.

Protrusione.

Discopatia.

Degenerazione.

Artrosi.

Ernia.

Parole che possono fare paura.

È comprensibile.

Quando leggiamo un referto immaginiamo che ciò che viene descritto sia necessariamente la spiegazione esatta di ciò che sentiamo.

In alcuni casi lo è.

In altri no.

Lo stesso studio sulla PRT nasce anche dalla constatazione che nelle persone con dolore cronico primario possono essere presenti reperti anatomici che non rappresentano necessariamente la causa predominante dei sintomi. (JAMA Network⁠)

Questo non significa che una risonanza sia inutile.

Significa semplicemente che un’immagine deve essere interpretata dentro la storia della persona.

Una fotografia della colonna non può raccontare da sola:

come ti muovi,

che cosa temi,

quando compare il dolore,

da quanto tempo dura,

quali movimenti riesci ancora a fare,

quanto il dolore condiziona la tua vita.

La schiena di una persona non è soltanto la sua risonanza.

Cinque anni dopo: cosa è successo?

Qui c’è un aggiornamento molto interessante.

Nel luglio 2025 gli stessi ricercatori hanno pubblicato su JAMA Psychiatry il follow-up a cinque anni del trial.

Dei 151 partecipanti iniziali, 113 hanno fornito dati al follow-up.

Nel gruppo PRT, 21 persone su 38, il 55%, riferivano ancora dolore assente o quasi assente, rispetto al 26% del gruppo placebo e al 36% del gruppo che aveva ricevuto le cure abituali.

Anche l’intensità media del dolore risultava significativamente più bassa nel gruppo PRT. (JAMA Network⁠)

È un dato notevole perché suggerisce che, almeno per una parte dei partecipanti studiati, il cambiamento non sia stato soltanto momentaneo.

Ma anche qui gli autori mantengono una corretta prudenza: il campione originario presentava dolore cronico di intensità bassa-moderata e sono necessari altri studi su popolazioni differenti e con sintomi più severi. (JAMA Network⁠)

È esattamente il modo in cui preferisco utilizzare la ricerca.

Non trasformare uno studio in una promessa.

Ma vedere che cosa può insegnarci.

Non basta dire: “È il cervello”

Anche qui dobbiamo evitare l’estremo opposto.

Per molti anni il dolore è stato interpretato quasi esclusivamente in termini meccanici.

Fa male la schiena?

Deve esserci qualcosa fuori posto.

Oggi rischiamo qualche volta di fare l’errore contrario:

Fa male la schiena?

È tutto il cervello.

Non mi convince nessuna delle due semplificazioni.

Il corpo non lavora a compartimenti stagni.

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per il mal di schiena cronico primario un approccio che può comprendere educazione, esercizio, alcune terapie fisiche, interventi psicologici e, quando appropriato, trattamenti farmacologici, all’interno di una gestione integrata e personalizzata. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)

È molto più vicino alla realtà.

Corpo e cervello non sono due squadre avversarie.

Il cervello fa parte del corpo.

La paura può restringere il movimento

Questa è la parte che vedo maggiormente nel mio lavoro.

Una persona ha avuto dolore piegandosi.

La volta successiva si piega con prudenza.

Poi cerca di non piegarsi più.

Comincia a raccogliere gli oggetti mantenendo la schiena rigida.

Evita di ruotare.

Evita di estendersi.

Evita sempre più movimenti.

All’inizio può sembrare una protezione intelligente.

Ma se questa strategia continua per mesi può succedere qualcosa di curioso.

La persona non sta più semplicemente proteggendo la schiena.

Sta riducendo progressivamente tutto ciò che crede di poter fare con la schiena.

È come avere una casa con dieci stanze e decidere, dopo un piccolo problema, di utilizzarne soltanto due.

Dopo qualche anno quelle due stanze diventano tutto il nostro mondo.

Le altre sembrano quasi pericolose.

Uno degli obiettivi del lavoro sul movimento può essere proprio quello di riaprire gradualmente quelle porte.

Tornare a muoversi può significare anche tornare a fidarsi

Qui entra l’attività fisica.

Non come terapia psicologica.

E non come sostituto di una valutazione medica quando questa è necessaria.

Ma come esperienza concreta.

Una persona può sapere razionalmente che un movimento è possibile.

È diverso però sentire il proprio corpo eseguire quel movimento senza che succeda nulla di catastrofico.

La fiducia si costruisce anche attraverso l’esperienza.
Prima un movimento piccolo.
Poi un po’ più grande.
Prima lentamente.
Poi con maggiore naturalezza.

Il sistema impara progressivamente:

“Posso farlo.”

È proprio sul ritorno progressivo al movimento che ho approfondito anche il rapporto tra Gyrotonic e il mal di schiena

Questa è una delle ragioni per cui il movimento graduale occupa un posto importante nelle raccomandazioni internazionali per il mal di schiena cronico primario. (Organizzazione Mondiale della Sanità⁠)

E il GYROTONIC®?

Lo studio sulla Pain Reprocessing Therapy non ha studiato il GYROTONIC®.

Non posso prendere i risultati della ricerca e dire:

“La PRT funziona, quindi il GYROTONIC® produce lo stesso effetto.”

Non sarebbe scientificamente corretto.

Il collegamento che trovo interessante è un altro.

Il GYROTONIC® è un’attività fisica nella quale la colonna viene invitata a muoversi in molte direzioni attraverso movimenti progressivi e coordinati.

Per alcune persone che hanno cominciato a trattare la propria schiena come qualcosa di fragile, ritrovare gradualmente possibilità di movimento può avere un valore enorme.

Non perché dobbiamo dimostrare che il dolore è “psicologico”.

Ma perché possiamo smettere di utilizzare la paura come unico criterio per decidere quanto muoverci.

Una schiena che per anni ha conosciuto soltanto:

“non piegarti”,

“non girarti”,

“stai attento”,

“non fare questo”,

può lentamente ricominciare a conoscere anche:

“proviamo”.

“Vediamo.”

“Facciamolo gradualmente.”

“Questo movimento posso ancora farlo.”

Non bisogna ignorare il dolore

Attenzione però.

Dire che la paura può alimentare l’evitamento non significa che dobbiamo ignorare qualsiasi dolore e fare tutto comunque.

Non è questo il messaggio.

Se compare un dolore nuovo, importante, persistente o diverso dal solito, oppure ci sono dubbi sulla sua origine, va valutato da un professionista sanitario.

Prima dobbiamo capire se esiste qualcosa che necessita di una diagnosi o di un trattamento specifico.

Solo dopo possiamo ragionare serenamente sul modo più appropriato di muoverci.

La differenza è enorme.

Non avere paura del movimento non significa essere imprudenti.

Significa evitare di trasformare automaticamente ogni sensazione in un segnale di danno.

La schiena non è fatta di vetro

Forse questo è il concetto che vorrei lasciare alla fine dell’articolo.

Molte persone con dolore cronico finiscono lentamente per immaginare la propria schiena come un oggetto fragile.

Una torre di bicchieri.

Un movimento sbagliato e cade tutto.

La colonna, però, non è fatta di vetro.

È una struttura viva.

Si muove.

Si adatta.

Riceve carichi.

Produce movimento.

Collabora con muscoli, sistema nervoso, articolazioni e con il resto del corpo.

Questo non significa che sia indistruttibile.

Significa che fragile e dolorante non sono sinonimi.

E forse una delle cose più importanti che possiamo fare quando una persona ha vissuto per molto tempo con il mal di schiena è aiutarla a distinguere queste due parole.

Il dolore merita attenzione.

Ma non deve necessariamente diventare una prigione.

Perché a volte recuperare movimento non significa soltanto avere una schiena più mobile.

Significa ricominciare a fidarsi del proprio corpo.

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Fonti scientifiche principali

Ashar YK, Gordon A, Schubiner H, et al.
Effect of Pain Reprocessing Therapy vs Placebo and Usual Care for Patients With Chronic Back Pain: A Randomized Clinical Trial.
JAMA Psychiatry. 2022;79(1):13-23.
DOI: 10.1001/jamapsychiatry.2021.2669.

Ashar YK, Lumley MA, Perlis RH, et al.
Reattribution to Mind-Brain Processes and Recovery From Chronic Back Pain: A Secondary Analysis of a Randomized Clinical Trial.
JAMA Network Open. 2023;6(9):e2333846.
DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2023.33846.

Ashar YK, Low EL, Knight K, et al.
Pain Reprocessing Therapy vs Placebo and Usual Care for Patients With Chronic Back Pain: 5-Year Follow-Up of a Randomized Clinical Trial.
JAMA Psychiatry. 2025;82(10):1049-1051.
DOI: 10.1001/jamapsychiatry.2025.1844.

World Health Organization.
WHO guideline for non-surgical management of chronic primary low back pain in adults in primary and community care settings.
2023.

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