Esercizio fisico come medicina: perché muoversi protegge la salute

Esercizio fisico come medicina: perché muoversi protegge la salute

Di |2026-08-17T23:24:48+01:00Marzo 14, 2023|0 Commenti

Ci sono medicine che prendiamo quando qualcosa non va.

E poi ci sono abitudini che lavorano molto prima, quando magari non sentiamo ancora niente.

Il movimento appartiene soprattutto a questa seconda categoria.

Per questo negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di esercizio fisico come medicina. È un’espressione efficace, ma va capita bene.

Non significa che una passeggiata possa sostituire un farmaco prescritto dal medico o che allenarsi possa curare qualsiasi malattia.

Significa un’altra cosa, molto più interessante: il nostro organismo è costruito per ricevere regolarmente lo stimolo del movimento e la mancanza prolungata di questo stimolo ha conseguenze sulla salute.

È un po’ come avere una macchina perfettamente funzionante e lasciarla per anni ferma in garage.

Non si conserva necessariamente meglio perché non la usiamo.

Batteria, gomme, guarnizioni e parti meccaniche hanno bisogno di funzionare.

Con il corpo succede qualcosa di simile.

Il corpo non considera il movimento un optional

Quando pensiamo all’esercizio fisico immaginiamo spesso qualcosa che facciamo volontariamente per dimagrire, avere muscoli più belli o prepararci alla prova costume.

Ma il movimento è molto più antico delle palestre.

Per gran parte della storia dell’uomo muoversi non era un’attività da inserire in agenda.

Era la vita quotidiana.

Camminare, spostare oggetti, accovacciarsi, arrampicarsi, correre, cambiare continuamente posizione.

Il problema è che il nostro ambiente è cambiato molto più velocemente del nostro corpo.

Oggi possiamo lavorare, mangiare, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, fare acquisti e divertirci rimanendo praticamente seduti nello stesso posto.

È una conquista straordinaria.

Ma il nostro organismo continua ad aspettarsi una certa quantità di movimento.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera infatti l’inattività fisica uno dei principali fattori di rischio modificabili per le malattie non trasmissibili e sottolinea che un’attività fisica regolare è associata a un minor rischio di numerose patologie e a benefici anche per la salute mentale. (Organizzazione Mondiale della Sanità)

Quindi forse dobbiamo cambiare domanda.

Non chiederci solamente:

“Perché dovrei fare esercizio?”

ma anche:

“Che cosa succede a un organismo progettato per muoversi quando smette progressivamente di farlo?”

Essere sedentari non significa semplicemente non andare in palestra

Questo è un punto importante.

Una persona può non avere mai messo piede in una palestra ed essere comunque attiva.

Può camminare molto, andare in bicicletta, lavorare fisicamente, fare le scale, occuparsi di un giardino.

Al contrario si può anche andare ad allenarsi qualche volta alla settimana e passare praticamente tutto il resto della giornata seduti.

Il problema, quindi, non è appartenere alla categoria dei “palestrati”.

È quanto spazio ha il movimento nella nostra vita.

Quando questo spazio diventa progressivamente più piccolo, anche le capacità che non utilizziamo tendono a ridursi.

Ci muoviamo meno perché siamo più rigidi.

Diventiamo più rigidi perché ci muoviamo meno.

Ci sentiamo più deboli e quindi evitiamo alcuni movimenti.

E proprio perché li evitiamo diventano ancora più difficili.

È un circolo che può iniziare quasi senza accorgersene.

Non serve arrivare all’immobilità.

A volte basta restringere lentamente il proprio vocabolario motorio.

È come parlare una lingua utilizzando ogni anno meno parole.

Alla fine le parole che non utilizziamo più diventano difficili da ricordare.

Anche il corpo dimentica ciò che non gli chiediamo più di fare.

Se sono stato sedentario per anni, serve ancora cominciare?

Questa è forse la domanda più importante.

Molte persone pensano:

“Ormai ho cinquant’anni.”

“Non ho mai fatto sport.”

“Ho sempre avuto una vita sedentaria.”

“Che cosa vuoi che cambi adesso?”

Il movimento, però, non è un conto che bisogna aver cominciato a pagare a vent’anni per riceverne i benefici a sessanta.

L’NHS britannico sottolinea che alcuni dei maggiori guadagni di salute possono essere ottenuti proprio aiutando le persone fisicamente inattive a cominciare a fare un po’ di attività. (NHS England)

Questo concetto mi interessa molto.

Perché elimina quella mentalità del “tutto o niente” che spesso vedo associata all’allenamento.

Non devi diventare improvvisamente un atleta.

Non devi recuperare vent’anni di inattività in tre settimane.

E soprattutto non devi dimostrare niente a nessuno.

Devi semplicemente cominciare a restituire al corpo una cosa che gli appartiene: il movimento.

Non è necessario distruggersi per ottenere un beneficio

Qui nasce un altro grande equivoco.

Se l’esercizio fa bene, allora più ne faccio meglio è.

Se fatico molto, significa che sto lavorando bene.

Se sudo tantissimo, l’allenamento è efficace.

Se il giorno dopo sono distrutto, ho fatto un buon lavoro.

Non funziona così. Per approfondire questo punto ho spiegato come riconoscere un allenamento efficace senza usare sudore, dolore e sfinimento come misura del risultato.

L’esercizio è uno stimolo.

E uno stimolo deve essere sufficiente a provocare un adattamento, ma adatto alla persona che lo riceve.

Pensiamo al sole.

Una certa quantità di esposizione può essere piacevole e utile.

Questo non significa che stare otto ore sotto il sole di agosto senza protezione sia otto volte meglio.

La dose conta

Lo stesso vale nell’allenamento.

Per questo considero sbagliato utilizzare automaticamente sudore, dolore e sfinimento come medaglie che dimostrano quanto sia stata efficace una seduta.

L’obiettivo dovrebbe essere creare un organismo progressivamente più capace, non semplicemente un organismo più stanco.

Quando l’esercizio entra anche nella medicina

L’idea che il movimento sia semplicemente un passatempo sta diventando sempre più difficile da sostenere.

Nel sistema sanitario britannico l’attività fisica viene integrata in numerosi percorsi clinici. NHS England riferisce che attività fisica, esercizio o programmi riabilitativi basati sull’attività compaiono in decine di linee guida e standard NICE relativi a condizioni cardiovascolari, muscoloscheletriche, salute mentale, tumori e altre condizioni. (NHS England)

Esiste inoltre il cosiddetto social prescribing.

Il termine può essere tradotto come “prescrizione sociale”, anche se il concetto è più ampio della semplice prescrizione di esercizio.

Una persona può essere indirizzata verso attività, gruppi e servizi presenti nella propria comunità che possano contribuire al benessere fisico, sociale o emotivo. (NHS England)

Tra queste possibilità possono esserci anche attività che favoriscono il movimento.

Questa distinzione è importante perché non voglio trasformare il concetto in uno slogan del tipo:

“I medici inglesi prescrivono la palestra al posto delle medicine.”

Non è così.

Il messaggio interessante è un altro.

Il movimento può entrare a pieno titolo in una strategia di salute accanto agli altri strumenti disponibili, quando è appropriato alla persona.

Il costo di non muoverci

Esiste anche un lato collettivo della questione.

Nel Global Status Report on Physical Activity 2022, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che, mantenendo invariati gli attuali livelli di inattività, tra il 2020 e il 2030 potrebbero verificarsi quasi 500 milioni di nuovi casi di malattie non trasmissibili attribuibili all’inattività fisica, con costi sanitari nell’ordine di circa 27 miliardi di dollari all’anno. (Organizzazione Mondiale della Sanità)

Sono numeri enormi.

Ma dietro quei numeri c’è qualcosa di molto semplice.

Un corpo che si muove poco non perde soltanto la capacità di correre veloce.

Il movimento interagisce con moltissimi sistemi del nostro organismo.

Il muscolo stesso non è soltanto una corda che tira un osso.

È un tessuto metabolicamente attivo.

E oggi sappiamo che quando lavora comunica anche con altri tessuti attraverso numerosi segnali biologici.

Questo è uno dei motivi per cui considero limitante pensare all’esercizio semplicemente come un modo per “fare i muscoli”.

I muscoli non servono soltanto a essere forti

Immaginiamo per un momento il corpo come una città.

Per anni abbiamo pensato ai muscoli soprattutto come ai motori che permettono alle automobili di spostarsi da un quartiere all’altro.

Oggi sappiamo che quei motori partecipano anche alla rete di comunicazione della città.

Quando il muscolo lavora produce e rilascia sostanze che partecipano alla comunicazione con altri tessuti.

Sono state studiate, tra le altre, le miochine.

Questo apre un capitolo affascinante del rapporto tra muscolo, metabolismo e sistema nervoso.

Ho dedicato un articolo specifico proprio a questo tema perché una recente ricerca sperimentale ha osservato come fattori secreti da muscoli sottoposti a contrazione possano influenzare la crescita e il comportamento di motoneuroni coltivati in laboratorio. (PubMed)

Non significa che facendo venti squat ci crescano nuovi neuroni.

Significa che la relazione tra muscolo e sistema nervoso è molto più ricca di quanto l’idea tradizionale “il nervo comanda e il muscolo esegue” lasciasse immaginare.

Ed è proprio questo che trovo affascinante.

Muoversi può influenzare anche come ci sentiamo

Il rapporto tra attività fisica e salute non si ferma alle articolazioni o ai muscoli.

Esiste una grande quantità di ricerca sul rapporto tra movimento e salute mentale.

Un noto studio prospettico pubblicato sull’American Journal of Psychiatry ha osservato che anche quantità relativamente modeste di attività fisica erano associate a un minor rischio futuro di depressione; gli autori stimarono che circa il 12% dei casi futuri osservati avrebbe potuto essere prevenuto se tutti i partecipanti avessero svolto almeno un’ora di attività fisica alla settimana. (PubMed)

È importante leggere correttamente anche questo dato.

Non significa che un’ora di esercizio “cura la depressione”.

La depressione è una condizione complessa che può richiedere un trattamento specifico.

Significa però che movimento e salute mentale non abitano due mondi separati.

Lo stesso vale per il rapporto attività fisica e sonno, al quale ho dedicato un altro approfondimento.

Qual è allora l’esercizio migliore?

È la domanda che inevitabilmente arriva a questo punto.

Camminare?
Nuotare?
Sollevare pesi?
Fare yoga?
GYROTONIC®?

La risposta è meno spettacolare di quanto vorremmo:

dipende.

Dipende dall’età.
Dalla storia della persona.
Da ciò che le piace.
Dal tempo disponibile.
Dalle eventuali patologie.
Dal livello di allenamento.
Da quello che il suo corpo è in grado di fare oggi.

E soprattutto dipende dal risultato che stiamo cercando.

Per una persona che non si muove mai, cominciare a camminare regolarmente può rappresentare un cambiamento enorme.

Per un’altra persona già molto allenata, lo stimolo necessario sarà completamente diverso.

Per qualcuno il problema principale può essere la forza.

Per qualcun altro la mobilità.

Per qualcun altro ancora la coordinazione o la capacità di muovere bene la colonna.

Non esiste quindi un esercizio magico.

Esiste la possibilità di costruire un movimento adatto alla persona.

E il GYROTONIC®?

È qui che inserisco il GYROTONIC® nel discorso.

Non perché sia “la medicina”.

E nemmeno perché sia l’unico modo corretto di fare attività fisica.

Il GYROTONIC® è solo uno dei modi in cui possiamo allenare il corpo attraverso il movimento.

Nel mio lavoro lo utilizzo soprattutto per costruire movimenti fluidi, coordinati e progressivi, lavorando contemporaneamente su mobilità, controllo e forza.

Mi interessa particolarmente per le persone che non cercano una prestazione sportiva estrema ma vogliono tornare a sentirsi capaci di muoversi.

E di stare bene.

Perché alla fine il risultato che considero più importante non è riuscire a fare un esercizio difficile durante la lezione.

È accorgersi che fuori dallo studio alcune cose sono diventate più semplici.

Alzarsi.

Camminare.

Girarsi.

Piegarsi.

Fare una giornata senza pensare continuamente alla propria schiena.

Il movimento non è una punizione

Forse questo è il messaggio che vorrei restasse dopo aver letto tutto l’articolo.

Abbiamo trasformato l’esercizio in qualcosa che spesso sembra dover essere conquistato attraverso il sacrificio.

“Devo andare in palestra.”

“Devo bruciare.”

“Devo fare fatica.”

“Devo recuperare quello che ho mangiato.”

Io preferisco pensarlo in modo diverso.

Muoversi non è il prezzo che dobbiamo pagare perché abbiamo un corpo.

È una delle cose che permettono al corpo di continuare a funzionare bene.

Proprio come dormire.

Mangiare.

Respirare.

Avere relazioni.

Non dobbiamo necessariamente diventare atleti.

Ma dovremmo cercare di non diventare estranei al nostro stesso movimento.

Perché il corpo impara quello che facciamo.

E, purtroppo, impara molto bene anche quello che smettiamo di fare.

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  • Fonti scientifiche principali

    • World Health Organization, Global Status Report on Physical Activity 2022.
    • World Health Organization, informazioni e linee guida sull’attività fisica.
    • NHS England, Harnessing the benefits of physical activity.
    • NHS England, programma di Social Prescribing.
    • Harvey SB et al., Exercise and the Prevention of Depression, American Journal of Psychiatry, 2018. PMID 28969440.
    • Bu A et al., Actuating Extracellular Matrices Decouple the Mechanical and Biochemical Effects of Muscle Contraction on Motor Neurons, Advanced Healthcare Materials, 2025. PMID 39523700.
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